In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
Riflessione a cura di Don Pasquale Somma:
Questa quarta domenica di Pasqua è nota come la domenica del Buon Pastore, per la metafora utilizzata da Cristo per descrivere il suo rapporto con i suoi fedeli. Pastore ed agnello, infatti, sono immagini che rappresentano il Cristo pasquale. Gesù si auto-presenta come pastore, immagine biblica già utilizzata nell’Antico Testamento (Ez 34), e non più così familiare, forse, nella cultura odierna, evocativa di atteggiamenti di cura e di dedizione paterna verso creature indifese come le pecore e gli agnelli. Anche l’iconografia, fin dai primi secoli, ripropone questa rassicurante immagine.
Parlando delle sue pecore, Gesù afferma di assumere la responsabilità del gregge del Padre e di custodirle in un rapporto di comunione inscindibile ed eterna: «…io le conosco ed esse mi seguono». La conoscenza che Gesù ha delle sue pecore è una conoscenza profonda, non intellettuale ma esperienziale, che comporta una sequela derivante proprio dalla vita condivisa. È presenza intima dell’uno nell’altro, rapporto fiduciale, comprensione reciproca. La stessa intimità intercorre tra lui e il Padre, presenza di uno nell’altro, secondo lo stile della Trinità. La sorte delle pecore è legata a quella del pastore. Egli, a differenza dei mercenari che accompagnano il gregge solo per denaro e nel pericolo sono pronti ad abbandonarlo, ne condivide invece il destino fino alle estreme conseguenze: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano». Le pecore sono un dono che Gesù ha ricevuto dalle mani del Padre e di cui rivendica un diritto assoluto ed esclusivo. Oltre a concentrarci sulla cura che Gesù dedica ad ognuno di noi, dovremo soffermarci a considerare il legame di obbedienza e di vita che Egli ha con il Padre: «Io e il Padre siamo una cosa sola». Frequentare il Figlio ci permette di conoscere il Padre e ci rivelerà il suo amore per noi nei gesti e nelle attenzioni del Buon Pastore. Questa partecipazione all’intimità divina, tramite lo svelamento a noi del Figlio, è già partecipazione alla vita trinitaria e a quella eterna. Gesù, infatti, ci assicura con espressioni protettive e rassicuranti che le pecore «non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano». La possessività del Risorto è garanzia d’immortalità per tutti noi.