Dal Vangelo secondo Marco:
“In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».”
Riflessione a cura di Don Pasquale Somma:
Dalla Liturgia della Parola di oggi emergono due figure femminili, due povere vedove splendenti di fede e di generosità. Nella prima lettura incontriamo una donna di Sarèpta, di buona condizione, ma ridotta in miseria dalla siccità e dalla carestia. Eppure, alla richiesta dal profeta Elìa non solo dà dell’acqua da bere, ma anche il pane fatto con l’ultimo pugno di farina rimastole. Pur essendo pagana, dimostra una fede sorprendente nelle parole del Profeta, che da parte di Dio le assicura: «La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà». Su questa promessa cede il suo pane. Un pane non è gran cosa, ma è molto, anzi è tutto quando è l’unico sostentamento; per donarlo agli altri è necessaria una generosità non comune. Nel Nuovo Testamento, le vedove – che con gli orfani costituivano una delle categorie più indifese – ricevono una particolare attenzione da parte di Gesù e della primitiva comunità cristiana.
Nel Vangelo oggi, dove incontriamo la seconda figura femminile, Gesù osservava la gente che gettava monete nel tesoro del tempio. Tanti ricchi ne gettavano molte, mentre una povera vedova vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Nessuno la nota, ma Gesù, additandola ai discepoli, dice: «Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei, invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Dio non guarda all’entità del dono, ma al cuore e alla situazione di chi dona. Il gesto della vedova non si spiega senza una fede immensa, ancora più grande della donna di Sarèpta, perché non si appoggia alla promessa di un profeta, ma unicamente su Dio e agisce senz’altro movente fuorché quello di servirlo con tutto il cuore. La vera religione è servire Dio con purezza di cuore, accompagnando la preghiera con il dono di sé, fino a spendere per Lui l’ultimo spicciolo e servire il prossimo per amore Dio. Carità cristiana è piangere con chi piange, partecipare alle condizioni del povero, condividere le sue privazioni e, in casi estremi, anche la sua fame. Il modello supremo è sempre Gesù che è venuto nel mondo per dare la vita per gli uomini. Il cristiano, salvato da questo sacrificio, deve partecipare a esso con il dono di sé per la salvezza temporale ed eterna dei fratelli, secondo l’esortazione di Gesù: “Amare Dio e amare il prossimo”. Colgo in questa domenica la potenza comunicativa della corporeità.
Il tema della corporeità si presenta a noi oggi come di grande interesse e provocazione. Tutti ne sentiamo l’importanza e la necessità conseguente di comprenderne significato e portata.
Noi sentiamo che il corpo non è banalmente un accessorio strumentale a servizio dello spirito, quasi una fastidiosa appendice da cui liberarsi, ma è invece un elemento essenziale del nostro essere persone. Con la nostra corporeità noi comunichiamo la nostra essenza che è fatta di anima.
Da qui il bisogno, non sempre espresso in maniera adeguata, di curare la salute, l’aspetto, il mostrarsi del corpo consapevoli anche che esso è il primario modo di relazionarci con gli altri e dice l’identità di ognuno.
Questa rinnovata attenzione al corporale, non priva di ambiguità, interroga oggi la comunità cristiana soprattutto per il fatto che è da ammettere una lunga tradizione educativa che per molto tempo non considerò adeguatamente la dimensione corporea per concentrare l’attenzione e l’assegnazione di valore a quella spirituale. Spesso il corpo con le sue esigenze veniva colto come un ostacolo da superare e da combattere, più che come un elemento da tenere in considerazione e da valorizzare.
Ciò è ancora più strano se si pensa che, al contrario, si deve proprio alla tradizione biblica dell’Antico e Nuovo Testamento una rivalutazione del corpo contro la cultura del tempo, soprattutto di matrice greca, che lo considerava non portatore di valori, o addirittura un sepolcro o una prigione dalla quale lo spirito doveva liberarsi.
Spesso ci perdiamo nella cura estetica come fanno gli scribi e i farisei. Dalla vedova impariamo a riconsiderare la nostra essenza spirituale. Gesù osserva e ci invita a vivere di qualità e non di quantità. La tensione verso Dio della vedova ci invita a sperare e vivere già qui la dimensione del cielo.