Giovanni 10,1-10
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
A cura di Don Pasquale Somma:
In questa settimana la liturgia ci presenta il capitolo decimo del Vangelo di Giovanni, già anticipato ieri nella lettura domenicale. Gesù utilizza due metafore: quella del Buon Pastore e quella della porta dell’ovile, identificandosi con entrambe le immagini. Gesù attinge all’esperienza della vita pastorale palestinese e utilizza la figura del pastore per denunciare i falsi pastori, cioè l’istituzione giudaica gestita da uomini di potere che opprimono il popolo e calpestano la giustizia. Riprende poi affermando di essere la porta, l’unico accesso per ricevere l’eredità promessa da Dio.
Comunemente, per la loro indole, le pecore evocano la fragilità e, biblicamente, sono associate al popolo schiacciato da coloro che Gesù non esita a definire ladri e briganti. Egli si riferisce alla setta dei Farisei, chiusi nella loro mediocrità ed autosufficienza, incapaci di prendersi cura del popolo loro affidato (le pecore), se non appropriandosene indebitamente (ladri), e sfruttandolo a proprio vantaggio usando violenza (briganti). Il pastore delle pecore, invece, compie soltanto gesti di attenzione e di amorevole tenerezza. Questo produce intorno a lui un atteggiamento di fiducia e di apertura: «Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce». La confidenza reciproca è l’effetto della conoscenza personale ed affettuosa che il pastore nutre nei loro confronti: egli «chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori». Si pone non solo al loro fianco, ma cammina innanzi a loro per aprire percorsi sicuri. La sua voce le rassicura e le conferma in quel cammino di uscita verso la libertà, perché, accompagnate dal pastore, esse possano superare ogni ostacolo. L’incomprensione dei suoi ascoltatori spinge Gesù ad auto-affermarsi come la vera porta dell’ovile. Se il recinto delle pecore rappresentava, in un certo senso, il tempio trasformato ormai in luogo di tenebra e di commercio, Gesù si presenta come la nuova porta che permette a tutti di poter accedere alla salvezza: «se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo». Entrare in questa porta, soprattutto nel corso di questo anno giubilare, deve rammentarci quale sia la vera relazione d’amore personale cui ci chiama il Signore, e quale promessa di bene ci attende: «io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».