Dal Vangelo secondo Luca
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Riflessione a cura di Don Pasquale Somma:
Il brano del Vangelo odierno ci presenta due inizi: l’inizio dell’opera di Luca e l’inizio del ministero pubblico di Gesù. Luca ha una grande preoccupazione: scrivere un Vangelo che non sia solo una “catechesi su Gesù”, ma una Parola di Dio radicata nella storia (Lc 1,1-4). Egli sa che “le cose di Dio” vanno trasmesse con fedeltà. Tuttavia, organizza il Vangelo nella prospettiva di una teologia della storia; una storia di uomini e donne che – pur attraverso rifiuti e fallimenti – arriva a pienezza di senso in Cristo Gesù.
Nel rotolo del profeta Isaìa era scritto: «Lo spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri…» (Is 61,1-2). Qualche secolo dopo Gesù nella sinagoga di Nazareth legge quel passo biblico e poi dichiara: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). La tradizione giudaica ha visto nel testo di Isaìa l’icona della tenerezza di Dio, l’annuncio profetico del Messia, che opera la liberazione definitiva del popolo d’Israele. Ci troviamo dunque nel cuore dell’attesa messianica. Facendo proprio il testo del profeta, Gesù afferma che la sua venuta realizza le speranze del popolo e che la salvezza comincia dai poveri e dai diseredati. E affinché le sue parole non fossero vane, Lui stesso ha assunto la condizione di povertà, fame, dolore, persecuzione. Ecco perché quell’annuncio è un Vangelo di gioia per i poveri: Dio stesso, in Cristo, si prende cura di loro facendone l’oggetto della sua sollecitudine d’amore. Dio, in Cristo Gesù, si fa Vangelo di libertà e di tenerezza per tutti gli infelici, a partire da “oggi”. “Oggi” e non “domani”. Vi sono molti popoli che attendono con speranza questa liberazione annunciata; esistono purtroppo ancora tante persone che chiedono di essere liberate da catene visibili (fame, guerra, soppressione, pulizie etniche) e invisibili (debito estero insostenibile, economia mondiale che sfrutta i deboli): pur lontane, sono del tutto aperte, nella memoria storica, ferite ancora bisognose di riconciliazione e di pace. E la luce dell’uomo brillerà quando egli deciderà di «sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi, dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo…» (Is 58,6-7). Liberare il prossimo, rimarginare le ferite storiche sono compiti che spettano a tutti; per questo, Dio dispone il tempo di grazia: “oggi” e non “domani”.